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ANTONIMINA

Il paese sarebbe stato fondato nel corso del XV secolo ad opera di un nucleo
di pastori che vi stabilirono per poter meglio assolvere alla custodia degli
armenti. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che la parte centrale
dell'abitato viene chiamata "Terrata", che significa "ovile". Il nome pare che
gli fosse venuto da uno dei fondatori, o primi abitanti "Antonio Mina". Secondo
alcuni il nome di Antonimina deriva dal greco Antos Nemos (=boschetto fiorito).
Compreso nel principato di Gerace, appartenne ininterrottamente alla famiglia
genovese dei Grimaldi che lo tenne fino all'eversione della feudalità (1806).
Il terremoto del 1783, particolarmente violento, costò la vita a due persone
e vi fece danni per 60 mila ducati. L'ordinamento amministrativo francese del
1806 lo considerò luogo e lo incluse nel cosiddetto Governo di Gerace in
esecuzione della legge di quell'anno e di quella successiva del 1816. Nel 1933
venne incluso nell'elenco dei Comuni da considerare negli abitanti a totale
carico dello Stato.
Resti di un convento, forse costruito nel XII secolo, sussistono nei pressi
del Monte Tre Pizzi, che qualcuno vuole sia stato un vulcano, fino a qualche
secolo fa era meta di pellegrini provenienti da tutta la Locride in occasione
dell'annuale fiera di bestiame in onore di S.Pietro.
Paese eminentemente agricolo, produce legumi, frutta, olive e grano, vi
operano frantoi oleari e un mulino. L'allevamento del bestiame, fatto a
carattere familiare dà buoni prodotti in latticini.
Nei secoli passati notevole era lo sfruttamento dei suoi boschi, dai quali si
ricavava grande quantità di legname che veniva quasi tutto esportato, attività
che negli ultimi anni ha di nuovo preso piede. L'abate D. Francesco Sacco
scriveva ancora (nel Dizionario Geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli)
nel 1795: "Egli (Antonimina) è situato in luogo montuoso, e vi gode buona aria.
I suoi abitanti ascendono al numero di 850, addetti... alla pastorizia. Il
territorio dà loro tutto il bisognevole, e tra le industrie evvi quella di
allevare bachi da seta".
Acque sante locresi
Antonimina è nota soprattutto per le sue acque
termali, conosciute fin dall'antichità con il nome di "acque sante
locresi".
Le terme erano già conosciute nei tempi in cui Locri Epizephyrii
era una fiorente città. La vera e propria creazione delle strutture
termali risale al 1870 (con ulteriori interventi negli anni Trenta e
Ottanta di questo secolo), ma numerose citazioni di scrittori (basti
ricordare il Grano e il Barrio) testimoniano il sussistere, nel corso
dei secoli, di una certa notorietà delle acque di Locri, ritenute
particolarmente efficaci nella cura della sterilità femminile.
Anticamente le fonti approvvigionavano anche l'acquedotto di Locri.
Ricche di solfato di sodio e di cloruro, hanno 35°
centigradi e pare siano adatte alla cura di diverse malattie. Sono
impiegate per bagni, fanghi e per via transmucosa con benefica azione
risolvente, detergente e stimolante delle difese organiche e del
ricambio generale, trovando quindi indicazione nei postumi di processi
infiammatori cronici di qualsiasi origine.
Presso le Terme di Antonimina si curano le
malattie dell'apparato locomotore, le forme infiammatorie ginecologiche
croniche e loro reliquati sia infiltrative che essudative, le affezioni
infiammatorie croniche delle vie respiratorie e dell' orecchio e le
dermopatie.
Molto importante da citare sono le varie sorgenti di acque con caratteristiche
differenti e particolari come l'acqua della Purga, oppure l'acqua du Vasalu, l'acqua della
milza e l'acqua delle emorroidi.Le leggende sulle pietre e sui luoghi antoniminesi
completano questa descrizione sui luoghi naturalistici di Antonimina
A destra del centro abitato si erge, come eterno custode, impetuoso
e solitario, il monte San Pietro denominato “Tre Pizzi” per la curiosa
forma a tre punte. Ai suoi piedi esisteva, come testimoniano alcuni
ruderi, un convento di Frati Eremiti.
In località "Saramico" si trovano giacimenti di lignite picea ed una
cava di solfato di bario, sfruttati nel passato ed ora completamente
abbandonati.
Nel territorio di Antonimina si trovano suggestive
formazioni rocciose, indicate dagli abitanti come “I Petri” (le pietre),
che, nei racconti tramandati, sono legate a una serie di leggende.
U
tri pizzi (I tre pizzi).
Tra Antonimina e Ciminà, è comunemente detta “Pietra di San Pietro”. Si
racconta, infatti, che Gesù e gli Apostoli stavano passeggiando lungo la
fiumara “a Principissa” quando, improvvisamente, San Pietro cominciò a
lamentarsi di non avere un monumento in proprio onore. Colto da un’idea
improvvisa, rivolse lo sguardo verso la collina sovrastante e,
afferrando una pietra dal greto del fiume, la lanciò in alto. Il sasso
si depositò in cima dando origine alla roccia. Un’altra leggenda, legata
sempre a questa pietra, narra che, avendo gli Apostoli fame, Gesù ordinò
loro di raccogliere alcune pietre dal letto della fiumara “a Principissa”
perché le avrebbe trasformate in pane. San Pietro, cedendo alla sua
ingordigia, vide un grosso masso dietro la collina e tentò di portarlo
nel torrente. Stremato, fu costretto ad abbandonarlo proprio in cima.
La Petra da morti (Pietra della morte).
Si trova sulla collina “A Pidi” della frazione Tre Arie. Fu chiamata con
questo nome perché pare che un pastore sia precipitato nel tentativo di
salvare una delle sue pecore. U Denti da Magara (Il Dente della Maga) È
in località Cropani di contrada Falcò. Si narra che il luogo fosse la
meta preferita di una “magara” (maga) che lì si recava a filare e
tessere. Un giorno un contadino le recò offesa e lei, per tutta
risposta, esclamò che per pura fortuna in quel momento teneva stretto in
mano un rosario, altrimenti gli avrebbe lanciato una “magarìa”
(maledizione). Da allora nessuno osò più passare da lì.
A Petra Scritta (La pietra scritta).
Si trova in località Spilinga. Sulla roccia si intravede un’iscrizione
risalente al 1834 che riporta i nomi di due individui, forse briganti,
con su scritto “Terno Monimento”. Ci sono anche alcuni graffiti. Si dice
che in questo luogo i briganti portassero le persone sequestrate e che
nascondessero i soldi del bottino nelle cavità rocciose.
A Timpa Russa (La Cima Rossa).
È un burrone all’inizio del paese. Secondo la leggenda, le venature
rossastre della roccia sarebbero le tracce di sangue di due persone
morte: un uomo precipitato nel vuoto e una ragazza colpita da un masso
mentre lavava i panni. Si dice anche che il luogo è infestato dai
fantasmi.
A Petra ‘i San Mauro (La pietra di San Mauro).
In contrada Dedaruti, sopra la località Saramico. La leggenda narra di
due fratelli dalle abitudini diverse: Mauro e Saramico. Il primo si
sedeva sempre su una roccia che affacciava proprio sul posto in cui
usava riposare il fratello. Mauro mangiava i lupini e poi gettava la
pellicola sulla testa di Saramico. Ancora oggi si dice che la località
Saramico guarda in cagnesco la roccia di San Mauro.
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