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Gioiosa Jonica
A suffragio di tale ipotesi sono stati ritrovati resti di vasellame e utensili vari. In epoca romana sembra che il luogo abbia conosciuto una particolare floridezza. Ne sono testimonianza i resti dell'esteso complesso termale del Naniglio (I - III` sec d.C.). Con le incursioni saracene, questo primo agglomerato urbano, chiamato Mystia, fu raso al suolo, indi ricostruito verso l'interno e denominato Mocta Giojosa (derivante probabilmente dal greco "ghe heliose" che vuol dire "borgo solare"). Per lunghi secoli fu casale sottoposto alla giurisdizione della vicina Grotteria di cui seguì le alterne vicende. Pare che durante il dominio angioino qualcuno dei signorotti succedutisi decise di fissare la propria residenza nel feudo gioiosano, edificando il castello, una dimora fortificata, in uno dei punti più inaccessibili del territorio. Dopo la dominazione aragonese, divenne feudo. Durante il XV e parte del XVI secolo, mentre il castello andava via via perdendo la sua originaria destinazione militare per assumere quella residenziale e amministrativa, 1'abitato conobbe un'espansione senza precedenti. Raggiunta la saturazione sulla rupe, all'interno della cerchia muraria chiusa dalle due porte di accesso, Barletta e Falsa, 1'abitato si espanse fuori le mura, dando origine al cosiddetto Borgo ed ai vari quartieri che ancora oggi lo compongono.
Il nome dovrebbe derivare dal termine greco bizantino anelios, senza sole. È in pratica una sala sotterranea molto ampia, parte di una grande villa romana situata sulle pendici di un modesto colle, alla periferia di Gioiosa. L’edificio, risalente al II-III secolo DC, era un insediamento tipico di quell’epoca, la villa rustica, una specie di fattoria per il controllo e lo sfruttamento agricolo di un latifondo. La villa sorgeva a poca distanza dal mare, sul costone orientale del fiume Torbido, allora navigabile, e costituente una delle vie d’accesso, attraverso l’entroterra roccioso, dal litorale ionico a quello tirrenico. La villa, con accesso tramite una scala elicoidale, si compone di tre settori disposti a terrazze e accompagnata da un imponente impianto di canalizzazione.
Il secondo era adibito a camera di raccolta delle acque per uso irriguo. Si tratta di una cisterna a tre navate, coperta da un sistema di volta a crociera sorretta da otto pilastri quadrangolari su doppia fila. Il terzo era adibito a fornaci per la fabbricazione di tegole e mattoni, come prova il rinvenimento di numerosi cocci con lo stesso bollo QICM, probabilmente iniziali del nome del proprietario della villa e dell'officina dei laterizi. C’è da aggiungere che altri insediamenti dello stesso tipo sono stati rinvenuti a poca distanza, lungo la valle del fiume Torbido. Il castello
La costruzione del castello è collocabile durante il periodo svevo (1194-1265) o nei primi decenni del dominio angioino (1266-1443). Il castello, appartenuto alle famiglie Caraccciolo e Carafa, dalla fine dell'ottocento è di proprietà dei marchesi Pellicano.
Il palazzo, appartenuto alla famiglia Ameduri e attualmente di proprietà del Comune, sorgeva già fin dal XV secolo, ma di minori dimensioni, ed era residenza della nobile famiglia Condercuri fondatrice (1575) della vicina chiesa dei SS. Pietro e Paolo. Estintosi la casata nell’anno 1694, la famiglia Amaduri che risiedeva nelle vicinanze ereditò l’intero complesso, la quale provvide all’ampliamento del palazzo, lavori che si protrassero fin oltre la seconda metà del XVIII sec. (datazione del portale). Fra i discendenti di Felice Amaduri, è degno di menzione Vincenzo Amaduri, deputato del primo Parlamento Italiano, cavaliere del Real Ordine di Carlo III di Borbone e noto per aver ospitato nel 1847 proprio nel suo palazzo di Gioiosa, i cinque Martiri di Gerace. |
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Nell’ala meridionale, invece, si trova una mostra didattica sulla villa romana del Naniglio (i cui resti sono ubicati alla periferia della cittadina) con pannelli espositivi e tre vetrine con i principali reperti provenienti dallo scavo. In una sala adiacente è esposta l’Allegoria della foresta, pregevole opera di scultura in legno, raffiguranti tutti gli animali della montagna calabrese. Palazzi Macrì, Linares e Naymo Il centro urbano, probabilmente settecentesco, possiede interessanti palazzi e chiese ricchi di storia, come la chiesa di San Giovanni Battista e palazzo Macri. Quest'ultimo ha la facciata principale finestrata, il portale litico ad arco è sormontato da un balcone con ringhiera in ferro battuto. L'interno ha una corte decorata con alte colonne doriche e corredata di scalinata in pietra che conduce alle sale dei piani superiori. L'edificio custodisce affreschi originari policromi. Il palazzo baronale Linares si eleva su tre livelli: la facciata principale è scandita da lesene ed è corredata di balconcini con ringhiera decorata da colonnine in muratura. Il terzo piano presenta un'ampia loggia e piccole lunette decorative sovrastanti. All'edificio, che conserva parte degli arredi originari, si accede per mezzo di un sobrio portale ad arco. Palazzo Naymo Pellicano Spina, che si trova nel cuore del centro storico, è ricco di affreschi: particolarmente pregiato quello del soffitto del salone principale raffigurante la dea Giunone con il pavone. L'imponente palazzo appartenuto alla famiglia Vanvitelli si eleva su tre livelli. Le pareti esterne sono quasi completamente corredate di finestre (al primo piano) e balconcini in ferro battuto (secondo piano). Pregevole il portale ad arco in pietra sormontato da un'ampia loggia in ferro battuto.
Attraverso i suggestivi rioni del paese, si dispiegano con imponenza e in continua successione numerosi edifici sacri, tra i più belli della Locride. In ordine cronologico la più antica è la Chiesa dell’ANNUNZIATA, costruita nel XIII° secolo dai monaci Basiliani, che abitavano nel monastero non molto distante dalla chiesetta. Segue la solitaria Chiesa MATRICE, sorta quasi al centro del borgo medievale, dedicata a San Giovanni Battista del quale si conserva un pregevole quadro che lo rappresenta. La Chiesa di Santa Caterina è stata costruita in epoca neoclassica in onore dell’antica Patrona della città. Grande interesse artistico rivestono una tela pregiata e la statua di Santa Caterina d’Alessandria (gruppo ligneo di scuola partenopea, opera dello scultore napoletano Giovanni Bonavita) che danno prestigio alla Chiesa omonima.
Di notevole interesse è la Chiesa del ROSARIO, affidata, nel 1593 ai Padri Francescani minori.
La chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo è l'edificio sacro più antico del paese: sorge addossato al lato est dell'edificio Amaduri. Di piccole dimensioni, aveva funzioni di cappella privata della famiglia Condercuri vissuta a Gioiosa Jonica tra il XVI e il XVII secolo.
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