Altitudine

290 m slm

Superficie

8,26 Km2

Abitanti

540

Densità

65,38  ab/Km2

CAP

89040

Nome abitanti

martonesi (martunisi)

Santo patrono

San Giorgio martire

Giorno festivo

23 aprile

 

 

Martone è un caratteristico paesino con le strade completamente lastricate e qualche volta appena larghe per il passaggio di un'automobile. Quasi tutte confluiscono nella vecchia piazza su cui troneggia la chiesa madre. Da qui scende il corso su cui si affacciano i palazzi antichi divisi da vicoletti che offrono scorci suggestivi. Un particolare che si nota quasi subito, infine, sono le numerose fontane in ghisa dalle quali sgorga la purissima e salutare acqua di Crini. Famosa per le sue proprietà oligominerali, quest'acqua richiama continuamente gente dai paesi del circondario.

Martone sorge in zona abitata sin dall'antichità (come attestano reperti archeologici venuti più volte alla luce). Il centro comunque si sviluppò nel periodo delle invasioni saracene, quando demograficamente si accrebbe l'afflusso di popolazioni costiere. Martone ha origini antichissirne che risalgono forse al VII-VIII secolo. Sul significato del suo nome non c'è accordo: alcuni dicono che deriva da una famiglia greca "Martis", altri invece pensano derivi da Marte, dio romano della guerra. Se così fosse Martone potrebbe essere stato originariamente un accampamento di soldati romani durante la "guerra sicula" fra Augusto e Sesto Pompeo. Altri ancora dicono che Martone prende il nome da un'antica famiglia della Normandia venuta in Calabria nell'XI secolo al seguito di Roberto il Guiscardo.

Nel XVI secolo lo storico Ottaviano Pasqua identificò Martone con il villaggio di Santa Maria di Bucito, di cui pare si sia trovata traccia in alcune fonti (tra queste: un atto notarile del XII secolo, con cui il vescovo di Gerace avrebbe donato il monastero della Santissima Madre di Dio di Bucito a un altro monastero, e un passo della vita di San Nicodemo in cui si farebbe riferimento agli abitanti di Bucito devoti a S. Maria Assunta in Cielo).

ScorcioComunque sia, molti ritengono che il territorio possa essere stato meta di comunità monastiche greche. A testimonianza di questa ipotesi sono state portate avanti una serie di argomentazioni: il ritrovamento di una necropoli bizantina nei pressi della chiesetta dedicata a San Nicola di Bari (distrutta dal terremoto del 1638); i ruderi di una grotta in località Gujune che avrebbe ospitato un monastero basiliano; una targa di metallo con impugnatura (il Signum Pacis) con la raffigurazione del Cristo Risorto e di Maria che, nell'antico rito bizantino, si faceva baciare agli sposi alla fine della cerimonia nuziale. Le notizie su Martone iniziano ad acquisire più credibilità a partire dal XIII secolo, quando il centro entrò a far parte del contado di Grotteria. Tra il 1431 e il 1450 fu feudo della famiglia Aragona de Ajerbis e poi di Tommaso Caracciolo. Tolto a quest'ultimo per infedeltà al sovrano, il territorio fu dato a Marino Correale. Vecchio arcoNel 1496 il paese passò ai Carafa che lo mantennero fino all'eversione della feudalità (1806). Nel corso di quegli anni Martone transitò dal comune di Grotteria a quello di Roccella (1799) e il suo centro abitato, distrutto dal devastante terremoto del 1783, fu spostato dalla zona bassa (basìa) sulla collina (dove si trova ancora oggi). Dopo un passaggio che lo riportò per la seconda volta sotto il governo di Grotteria il borgo fu assegnato nel 1816 al circondario di Gioiosa. Nel 1905 e nel 1908 Martone fu duramente colpita da altri due sismi. Nel 1932, invece, la sua popolazione si ribellò al governo per l'aumento delle tasse. Durante questa rivolta ci furono diversi morti e tanti cittadini di Martone furono arrestati e processati.

La casa del barone

In località Piligori, a pochi metri dal paese, si può ammirare l'austera Palazzo baronalevilla di campagna in cui il barone Ilario Asciutti, di Roccella Jonica, risiedeva con la famiglia nei mesi estivi. Oggi, di questa grande costruzione a due piani, restano i muri esterni e una delle colonne alle quali erano appese le lanterne a olio che illuminavano il viale d'ingresso lungo circa 100 metri. All'interno si accedeva attraverso una scalinata semicircolare. Al piano terra era stato predisposto un locale in cui le carrozze venivano staccate dai cavalli che qui alloggiavano per la notte. C'era anche un deposito dell'olio, con quattro grandi giare di terracotta. Particolare il sistema adottato per la conservazione del prezioso liquido. Sotto il pavimento, infatti, era murata una quinta giara (visibile ancora oggi) collegata alle altre quattro con una specie di canale di scolo. Questa doveva servire a raccogliere l'olio nel caso in cui si fossero crepati i contenitori principali.

Torre Mazzoni

In passato, i paesi della vallata del Torbido, tra cui Martone, erano dotati di un sistema difensivo di avvistamento costituito da alcune fortezze (Torri).  A martone, in località Sujeria, era situata la Torre Mazzoni.
In essa durante il regno borbonico, fu installato un telegrafo ottico destinato a segnalazioni convenzionali a distanza. La torre era di pietra ed era costituita da un unico vano di forma quadrata dove alloggiava il corpo di guardia insieme ai cavalli.
In altezza era divisa orizzontalemente da soppalchi di legno collegati tra loro con scale a pioli anch'esse di legno. Dalla torre era possibile comunicare con il castello di Grotteria che chiudeva quel sistema di avvistamento e trasmissione.

Chiesa Santa Maria AssuntaChiesa della Assunta (Matrice)

La prima chiesa dedicata all’Assunta, edificata nella parte bassa del paese (chiamata batìa o basìa), fu distrutta dal terremoto del 5 febbraio 1783. Ricostruita più in alto, grazie al contributo dei fedeli, fu danneggiata dai sismi del 1905 e del 1908. Restaurata, fu riaperta al culto nel 1932.Si presenta con un corpo principale rialzato rispetto alle navate laterali. Il portale d’ingresso, affiancato da due nicchie, è sormontato da una cornice a timpano e, più in alto, da una finestra con vetrata policroma su cui è raffigurata l’Assunta. Il tetto è a capanna. Sui portoni laterali, invece, si notano due finestre ovali a raggiera. Un po’ arretrato rispetto alla facciata, svetta sulla destra il campanile a base quadrata con una finestra monofora su ogni lato. L’interno della chiesa è a tre navate divise da due file di colonne. Il soffitto è decorato a cassettoni in bianco e oro (tonalità che si ripetono sulla cantoria). La navata centrale, su cui affaccia il pulpito di gusto barocco sorretto da una mensola a forma di conchiglia, termina con un’abside semicircolare sovrastata da un catino affrescato (è raffigurata la SS Trinità). L’altare maggiore è in marmo policromo, il tabernacolo in argento sbalzato. Nella navata destra c’è la cappella del SS Salvatore, in quella sinistra la cappella dell’Immacolata. Tra gli oggetti conservati nella chiesa da segnalare una croce astile in argento (XVII secolo) che ha su un lato il Crocifisso e sull’altro la Madonna Immacolata.

Chiesa di San Giorgio

E’ un culto antico quello di San Giorgio che, secondo alcuni, risalirebbe al XVI secolo. Pare, infatti, potersi collocare a questa epoca l’esistenza di una chiesetta a lui intitolata e poi completamente distrutta dal terribile terremoto del 1783. L’attuale edificio fu costruito tre anni dopo (1786) nel cuore del centro storico. Particolare la posizione che segue, in curva, l’andamento della stradina. Nella facciata principale, decorata con lesene in stile ionico, risalta l’intaglio del portale ligneo a formelle (in quelle centrali sono scolpiti San Giorgio a cavallo e uno stemma nobiliare). Caratteristico il campanile sopraelevato con finestre a sesto acuto. Nell’interno, a tre navate, spiccano i pilastri divisori rivestiti, per metà, con pietre a vista. Belle inoltre, subito dopo l’ingresso, le due colonne in marmo grezzo che reggono la cantoria lignea. Dietro l’altare maggiore, in marmi policromi, campeggia la cappella (opera di Raffaele Pata) che ospita la statua in legno di San Giorgio con la principessa e il drago (si rimanda alla leggenda). Di questo Santo (patrono di Martone) nella chiesa sono custodite le reliquie del braccio, che i fedeli portano in processione il giorno della festa.

Chiesa di San Giuseppe

Questa antica chiesa, beneficio della famiglia Infusini, si trova nell’omonimo largo lungo il corso principale. Probabilmente edificata nel XVII secolo, fu danneggiata dal terremoto del 1783 e poi restaurata. Ha una facciata semplice su cui si eleva un piccolo campanile a vela. Nell’interno, a unica navata, sono conservate una serie di statue lignee probabilmente provenienti dalle chiese del paese distrutte dal sisma. Tra queste: un’Addolorata del Settecento napoletano; un San Giuseppe, opera di artigiani meridionali del XVII secolo; il S. Cuore di Maria, opera dello scultore R. Murizzi, dei primi anni del Novecento. Oggi la chiesa è sconsacrata.

Fontane Vecchie

L’antico lavatoio del paese. E’ composto da tre vasche coperte da archi rivestiti con pietre a vista

Palazzo vescovileIl palazzo del vescovado

Incastonato tra gli ulivi, in una posizione che domina la vallata del Levadio, spicca questo palazzotto che un tempo, durante la stagione estiva, ospitava i vescovi di Locri. Incerta è la data di costruzione, probabilmente risale alla metà del XIX secolo. La struttura a “L” si sviluppa su due livelli. Al piano terra c’era il deposito delle derrate alimentari e un frantoio. Gli appartamenti erano al primo piano. I muri esterni, in pietra e malta, presentano una serie di fori a distanza regolare e travi (il sistema era utilizzato come impalcatura per la costruzione degli edifici). Il portone d’ingresso è sormontato da un arco a tutto sesto realizzato a mattoncini. Sul tetto si nota una parte sopraelevata che ospita due finestre monofore. Del giardino circostante, che è circondato da un lungo muro con cancello d’ingresso in ferro battuto, resta una palma e una vasca circolare.Il palazzo, al momento, è in stato di abbandono. Esiste, però, un progetto dell’Amministrazione comunale che prevede il restauro e la costruzione di strutture di supporto (tra le idee avanzate, quella di adibirlo a museo della civiltà contadina)

Frantoio Lombardo

In paese ci sono i resti di un antico frantoio a pianta rettangolare. In piedi sono rimasti soltanto i muri perimetrali in pietra e calce. Dentro si possono ancora notare i supporti in ferro che sostenevano la chianca (il grosso tronco di quercia su cui venivano sistemati gli argani cilindrici per la molitura e la premitura delle olive).

La Pietra di S. Anania

Sulla strada che, nel passato, collegava Martone con S. Giovanni di Gerace e ai mulini posti lungo il fiume Levadio, si trova la cosiddetta "pietra di Sant'Anania", un blocco monolitico di natura calcarea immerso nella vegetazione e di forma irregolare.

In esso sono evidenti numerosi fossili. Si tratta di varie forme di vita animale e vegetale che, presenti normalmente nella roccia, sono sottoposte, dopo la morte, ad un lentissimo processo di fossilizzazione.
La pietra di Sant'Anania, considerata la sua natura calcarea, è anche soggetta ad una forte erosione da parte degli agenti atmosferici (in particolare dell'acqua) che, con la loro azione, ne cambiano continuamente la forma. Sulla "pietra" si tramanda una curiosa credenza.
Si dice, infatti, che se qualcuno coraggiosamente sbatte la testa contro la roccia vedrà uscire da essa una chioccia con i pulcini d'oro.

La grotta dei Saraceni, sita in contrada Gujune, è una cavità di natura calcarea, affascinante all'interno per le numerose scanalature dovute all'erosione e per le formazioni di stalattiti. Pare sia stata adibita a monastero da un gruppo di monaci greci che avrebbero rimpicciolito l'ingresso con l'edificazione di un muro in pietra sul quale, ancora oggi, sono visibili le tracce di un affresco raffigurante la Sacra Famiglia. Sembra che nella grotta ci fosse anche una piccola cella ricavata dai monaci per dormire. Secondo una leggenda questa cavità comunicherebbe, attraverso un passaggio sotterraneo, con Locri. In questa zona sono stati trovati nel tempo una serie di reperti.

Località Quattro Strade

E' consigliabile una passeggiata in auto sulla strada "Martone-Croce Ferrata" che, tagliando la montagna tra filari di pini, castagni e faggi, conduce fino a Serra San Bruno. Si imbocca all'inizio del paese (arrivati al murales svoltare a destra) e dopo 7-8 km (l'ultimo tratto è un po' più difficoltoso perché sterrato) si arriva in località Quattro Strade (950 m slm) dove, in una fitta pineta, c'è un'ampia area pic-nic con tavoli, panche, barbecue e fontana di acqua potabile (della sorgente Crini). Prima di arrivare in cima, sulla strada si incontrano altri due punti ristoro (tavoli e panche).

Leggenda del borbardamento

Un momento molto difficile Martone lo visse nel 1860 quando rischiò di essere distrutto per ordine del generale La Marmora. A questo proposito si racconta che dei ragazzi gioiosani vennero a Martone per rapire alcune fanciulle. Siccome i Gioiosani commisero numerose violenze, i Martonesi decisero di difendersi con le armi. Il capo dei Gioiosani, originario della Sicilia, si arruolò nell'esercito del generale La Marmora e riuscì a convincerlo a bombardare il paese.
Quest'ordine portava la data del 29 agosto e quando sembrava che per Martone non vi fosse più speranza, avvenne un fatto straordinario: l'ordine fu ritirato. Era il 30 agosto del 1860. Il popolo martonese credette questo un miracolo di S. Giorgio e ancora oggi il 30 agosto di ogni anno si ricorda questo avvenimento con una grande festa in onore del Santo

Leggenda di San Giorgio
 

Si narra, dunque, che, ai tempi del Santo, nei pressi di Martone, capitò un enorme drago: chiunque si fosse avvicinato sicuramente sarebbe stato ucciso. Dopo alcuni giorni, il drago affamato si diresse verso il paese per mangiarvi gli abitanti.
E siccome tutti i cittadini dovevano essere divorati, si decise di tirare a sorte per stabilire chi sarebbe stato dato in pasto per primo all'orrenda bestiaccia. Il caso volle che toccasse alla figlia del re, la bella Rosella, che, con una carrozza, venne condotta dal drago. La folla che l'accompagnava piangeva disperatamente per il destino al quale la reginotta era condannata.
Proprio in quel momento passò di li S. Giorgio che si informò del motivo di tante lacrime. Saputo il fatto, il Santo si recò dal re e gli disse: "Io sono Giorgio, cavaliere di Cristo, e mi impegno ad uccidere il drago crudele ed a salvare la tua adorata figliola!". Il re contento rispose: "Oh valoroso cavaliere! Se riuscirai in questa impresa ti darò in dono metà del mio regno!". "Non accetto nulla di ciò", rispose S. Giorgio. E, dette queste parole, partì.
Arrivato dov'era il drago, si trovò presto al suo cospetto ed ingaggiò con lui un'accesa lotta.
San Giorgio stava per avere la peggio quando il suo cavallo bianco, con un salto prodigioso, consentì alla spada che il cavaliere impugnava di trafiggere ed uccidere il drago. la principessa era salva e con lei tutto il paese. Il Santo fece montare in sella la reginotta ed insieme giunsero al palazzo.
Egli consegnò Rosella al re e disse: "Maestà, ecco tua figlia. È salva!". "prodigioso cavaliere! esclamò il re Tu hai mantenuto la tua promessa, ora io manterrò la mia". Ma San Giorgio rispose: "Io voglio solo che tu ed il tuo popolo gridiate il nome di Cristo e di chi ha vinto il drago selvaggio".

Da quel giorno nacque a Martone una grande devozione verso il Santo.

 

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